Gli Aristogatti: analisi di un capolavoro Disney senza tempo

Gli Aristogatti: un'elegante favola felina a ritmo di jazz che ancora non smette di emozionarci

Canzoni disney, Gli aristogatti
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Dopo oltre cinquant’anni gli Aristogatti rimane ancora must dell’animazione

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Correva l’anno 1970 quando Disney portava sul grande schermo Gli Aristogatti in una Parigi bohemienne che in questo film non è solo uno sfondo ma un personaggio a sé stante, fatta di musicisti jazz e aristocrazia felina. 

Sembra quasi di sentire l’odore dei bistrot, di camminare lungo la Senna, di perderti tra i tetti al tramonto. Pochi film Disney come Gli Aristogatti riescono a ricreare un’ambientazione con questa forza evocativa. Un film che celebra la cultura, la musica e le differenze sociali con un tocco di leggerezza. 

Siamo a Parigi, nei primi del Novecento. Madame Adelaide Bonfamille, una ricca cantante lirica in pensione, decide di lasciare tutta la sua eredità ai suoi amati gatti: Duchessa, un’elegante e materna gatta bianca che rappresenta la grazia e la nobiltà d’animo e i suoi tre cuccioli, Minou, Matisse e Bizet, tutti nomi che omaggiano musica e arte. 

Questa decisione non piace al suo maggiordomo Edgar, un cattivo sui generis: la sua ingenuità lo rende quasi più comico che spaventoso, distinguendolo dagli antagonisti Disney classici. Il suo tentativo di vendicarsi una volta resosi conto di essere stato messo da parte rispetto ai felini è infatti piuttosto goffo e disperato. Determinato a eliminare gli ostacoli che lo allontanano dal cospicuo lascito, narcotizza i gatti e li abbandona in aperta campagna, convinto di essersi sbarazzato di loro per sempre. 

Ed è qui che entra in scena Romeo, un gatto randagio che nel film originale è irlandese e si chiama Thomas O’Malley. L’accento si sente soprattutto nel suo modo di pronunciare alcune parole e nella cadenza musicale della sua voce, che trasmette un senso di indipendenza e spavalderia. Questo aspetto si rifà all’immaginario dell’avventuriero irlandese tipico della cultura americana, un po’ come i marinai e i lavoratori immigrati del XIX secolo. 

In Italia invece viene doppiato magistralmente da Renzo Montagnani con uno spiccato accento romanesco, che lo rende ancora più carismatico e affascinante, emanazione dello spirito libero e generoso della vita di strada. Un vagabondo dal cuore d’oro così scanzonato e disinvolto da essere irresistibile. Insieme alla sua banda di amici jazzisti e a una serie di personaggi memorabili, Romeo aiuterà Duchessa e i cuccioli a tornare a casa, affrontando ostacoli, imprevisti e pericoli. 

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Sotto la leggerezza della trama Gli Aristogatti affronta temi profondi e ancora attuali, come le differenze di classe; l’importanza della famiglia e dell’amicizia; la dimostrazione, attraverso il viaggio, che la vera ricchezza non sta nel denaro, ma nei legami che si creano e soprattutto il forte biasimo all’avidità umana, con Edgar che incarna l’egocentrismo di chi mette il proprio interesse davanti a tutto. 

La storia è una perfetta combinazione di romanticismo, avventura e crescita personale: Duchessa e i suoi cuccioli, abituati al lusso e alla protezione, si ritrovano a dover affrontare un mondo completamente nuovo, imparando a cavarsela da soli. Romeo, da eterno ramingo, si scopre capace di impegnarsi e proteggere chi ama. Il contrasto tra aristocrazia e vita di strada si dissolve grazie all’amore e all’amicizia, dimostrando che le differenze sociali non contano di fronte ai sentimenti veri.

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Uno degli aspetti che rende Gli Aristogatti indimenticabile è la sua straordinaria colonna sonora composta da George Bruns, già autore delle musiche di La Bella Addormentata nel Bosco e Il Libro della Giungla, conferisce al film un sound che si sposa perfettamente con la sua ambientazione parigina. 

La musica è un elemento centrale del film, e non si limita a fare da sottofondo: è un vero e proprio motore narrativo. Tutti quanti voglion fare il jazz è una delle canzoni più iconiche della storia Disney, Il titolo stesso è un messaggio chiaro: chiunque può suonare, indipendentemente dalle sue origini o dal suo status sociale.

È una musica inclusiva, aperta e spontanea. La sequenza in cui i gatti musicisti suonano scatenati è un’esplosione di colori, movimento ed energia, un inno alla libertà artistica e all’energia della musica jazz, che proprio in quegli anni stava conquistando il mondo.

Gli Aristogatti è molto più di una semplice favola felina. Il film è una fusione di culture, tra l’eleganza della musica classica e la ribellione del jazz. L’incontro tra questi due mondi non crea un conflitto, ma un’armonia. Ogni personaggio ha la sua musica, ma alla fine tutti suonano insieme, creando un’esperienza collettiva e accogliente. 

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Gli Aristogatti fu l’ultimo film approvato da Walt Disney prima della sua morte nel 1966, e proprio per questo segna un momento di svolta nella storia della casa di produzione. È stato realizzato in un periodo di transizione, con un budget più contenuto rispetto ai classici precedenti, ma senza sacrificare la qualità artistica che contraddistingue la Disney, mantenendo il fascino dell’animazione tradizionale. 

I tratti di matita visibili, segno dell’epoca d’oro dell’animazione Disney, e gli sfondi dipinti a mano, conferiscono al film un aspetto distintivo, un calore visivo che rende la storia ancora più immersiva e affascinante. I colori sono vibranti, pieni di calore e armonia, guardarlo è come entrare in un dipinto impressionista in movimento. L’uso della tecnica xerografica, introdotta con La Carica dei 101 (1961), permette poi di mantenere il tratto originale degli animatori, regalando ai personaggi una maggiore espressività. Non c’è nulla di meccanico, tutto respira.

Negli ultimi anni, la pellicola è stata accusata di contenere rappresentazioni stereotipate e ha persino ricevuto il bollino rosso su Disney+, venendo esclusa dai contenuti per bambini. Il motivo? Un personaggio in particolare, il gatto Shun-Gon, è stato ritenuto offensivo per la sua caratterizzazione caricaturale della cultura asiatica. 

Se iniziamo a eliminare ogni opera che contiene stereotipi dell’epoca in cui è stata creata, cosa rimarrà? Dovremmo vietare Shakespeare perché ha personaggi misogini? O cancellare Chaplin perché prendeva in giro certe nazionalità? Forse la soluzione non è la censura, ma il contesto. Educare invece di cancellare. Introdurre questi film con spiegazioni che aiutino a capire il loro tempo, anziché nasconderli sotto il tappeto. 

Togliere questi elementi significherebbe snaturare il contesto storico e culturale del film. Piuttosto che censurare, una soluzione più efficace sarebbe contestualizzare e spiegare, permettendo al pubblico di comprendere la differenza tra il passato e il presente. È giusto riscrivere la storia per adattarla alla sensibilità moderna? 

Il lieto fine, in cui Madame Bonfamille accoglie Romeo e i suoi amici randagi, è il messaggio più bello del film: la generosità e l’apertura verso il diverso possono cambiare il mondo, basta aprire il cuore e lasciarsi trasportare dal ritmo.