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Alla scoperta di Smetto quando voglio!
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Oggi vogliamo parlarvi di una delle trilogie migliori della storia del nostro cinema, Smetto quando voglio!
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La trilogia di Smetto quando voglio, ideata e diretta da Sydney Sibilia, ha portato una ventata di freschezza nel panorama del cinema italiano. Divisa in tre capitoli Smetto quando voglio (2014), Masterclass (2017) e Ad honorem (2017) – questa serie rappresenta un raro esempio di “crime comedy” nostrana che è riuscita a conquistare pubblico e critica, trasformandosi in breve tempo in un vero e proprio culto.
La premessa narrativa di Smetto quando voglio è un’idea geniale nella sua semplicità: un gruppo di brillanti ricercatori universitari italiani, costretti alla disoccupazione o a lavori molto umili per la mancanza di sbocchi lavorativi nel mondo accademico, decide di usare le proprie competenze per produrre e vendere una nuova droga sintetica. Questo espediente permette alla storia di esplorare tematiche sociali molto attuali – come la precarietà e l’emigrazione intellettuale – in modo comico e dissacrante, offrendo uno spaccato acuto della società contemporanea.
La trilogia si distingue per la capacità di fondere una commedia irriverente con l’intensità narrativa del crimine. In ogni film, il gruppo di “specialisti” affronta nuove sfide e situazioni paradossali: nel primo capitolo vediamo l’ascesa dei protagonisti nel mondo della droga; in Masterclass , invece, affrontano l’agguerrita concorrenza del mercato delle droghe e le difficoltà di tenere unita la banda; mentre Ad honorem porta i protagonisti a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni in un climax di tensione e azione che non delude.
Uno degli aspetti chiave del successo della trilogia è la costruzione di un cast di personaggi unici e memorabili. Ogni membro della “banda dei cervelloni” ha una personalità e una storia accattivante: c’è Pietro Zinni, interpretato da Edoardo Leo, il leader carismatico e (in teoria) “il più saggio” del gruppo, professore universitario e ideatore del piano; Mattia e Giorgio, latinisti espertissimi interpretati rispettivamente da Valerio Aprea e Lorenzo Lavia; Alberto, chimico abilissimo perennemente depresso impersonato da Stefano Fresi; Bartolomeo, un economista alle prese con teorie di mercato che nessuno sembra voler ascoltare interpretato da Libero De Rienzo; Arturo, stimatissimo archeologo interpretato da Paolo Calabresi e infine Andrea, antropologo in grado di ‘imitare’ qualsiasi tipo di personalità interpretato da Pietro Sermonti.
Questi personaggi, con i loro tratti distintivi e le loro eccentricità, si trasformano da semplici disoccupati a veri e propri eroi (maldestri) della scena criminale. Le loro interazioni creano un mix di comicità e tenerezza, rendendo facile per il pubblico empatizzare con loro e divertirsi alle loro disavventure.
Uno dei segreti della trilogia di Smetto quando voglio è il perfetto equilibrio tra comicità e dramma. La sceneggiatura di Sibilia sfrutta in modo brillante il registro comico per raccontare storie drammatiche di precarietà e disillusione. Sebbene le situazioni siano spesso surreali, le motivazioni dei personaggi risultano realistiche e profondamente umane, dando vita a una storia che, pur non prendendosi troppo sul serio, riesce a trattare argomenti di spessore.
L’umorismo è una delle caratteristiche fondamentali di questa trilogia, che adotta un approccio unico alla commedia: non si tratta della comicità farsesca tipica della commedia italiana, ma piuttosto di un umorismo intelligente, basato sulla satira sociale. L’assurdità della situazione di partenza si sviluppa in una serie di gag e situazioni comiche che mantengono l’attenzione del pubblico senza mai cadere nel banale o nel ridicolo.
Smetto quando voglio rappresenta un punto di rottura nel cinema italiano contemporaneo, specialmente in un contesto che, per anni, ha visto prevalere le commedie romantiche oi drammi familiari. La trilogia, con il suo stile ironico e la sua trama anticonvenzionale, ha dimostrato che anche in Italia è possibile realizzare pellicole che attingono al crimine e all’azione senza rinunciare a una forte componente comica e critica sociale. Questo ha attratto una vasta fascia di pubblico, dimostrando che c’è fama di un cinema capace di uscire dai cliché.
Inoltre, i riferimenti a film cult del cinema internazionale, come Breaking Bad e le opere di Guy Ritchie, e l’uso di tecniche visive e montaggi all’avanguardi, hanno reso la trilogia di Sibilia un’eccezione stilistica nel panorama italiano. Questa influenza internazionale, integrata con elementi della commedia all’italiana, ha dato vita a un prodotto unico, in grado di competere per freschezza e originalità con le produzioni estere.
Dal punto di vista visivo, Smetto quando voglio non delude: il regista e il direttore della hanno fotografia puntato su uno stile curato e coinvolgente, che alterna colori vivaci e saturi a scene cupe e intense. Le inquadrature dinamiche, i dettagli ben studiati e l’attenzione alla fotografia danno al film una veste visiva moderna, che raramente si riscontra in questo genere di commedia italiana.
Le scene d’azione e le sequenze d’inseguimento sono girate con grande maestria, creando una tensione reale e mantenendo il ritmo alto senza perdere il filo comico della narrazione. Questo aspetto visivo, insieme a una colonna sonora che mescola musica contemporanea e classica, contribuisce a creare un’atmosfera che cattura il pubblico e rende la trilogia memorabile anche a livello estetico.
Oltre al tono comico e all’azione, Smetto quando voglio si distingue per l’acuta critica sociale che permea ogni film della trilogia. I protagonisti sono laureati e altamente qualificati, ma si trovano a dover abbandonare le proprie ambizioni intellettuali e professionali per sopravvivere. Questa situazione riflette il problema reale di una generazione di giovani talentuosi in Italia, costretti alla precarietà o all’esilio all’estero a causa della mancanza di opportunità.
La trilogia diventa così anche una denuncia della mancanza di riconoscimento per la cultura e per le competenze, evidenziando l’assurdità di un sistema che non valorizza i suoi “cervelli” e che finisce per spingerli verso scelte estreme. I protagonisti, con la loro ironia e il loro spirito di adattamento, rappresentano una forma di resistenza e un monitoraggio verso una società che non offre prospettive.
In ogni capitolo, la storia dei protagonisti si arricchisce di nuovi dettagli, e i personaggi si evolvono, adattandosi alle nuove sfide e alle conseguenze delle loro scelte. Il terzo film, Ad Honorem, rappresenta un climax intenso e appassionante, dove ogni personaggio viene messo alla prova. Sibilia chiudendo la trilogia senza lasciare domande irrisolte, permettendo ai protagonisti di ottenere una forma di redenzione e chiudendo in maniera soddisfacente le loro storie.
Il tema dell’onore e della rivendicazione, presente in Ad honorem, aggiunge una profondità inaspettata alla narrazione, facendo emergere un lato quasi eroico di questi protagonisti “per caso” e trasformandoli da criminali improvvisati a veri e propri eroi.
La trilogia di Smetto quando voglio ha lasciato un segno profondo nel cinema italiano, grazie alla capacità di Sydney Sibilia di creare un mix perfetto di comicità, azione e critica sociale. Con personaggi memorabili, una trama originale e un’estetica visiva unica, questa serie di film rappresenta un caso raro di successo e innovazione, capace di divertire e far riflettere. Se non l’avete ancora fatto, recuperare Smetto quando voglio è d’obbligo: non solo per godere di una trilogia di culto, ma anche per comprendere come il cinema italiano possa reinventarsi e adattarsi ai tempi moderni.
Che ne pensate? Avete visto i tre film?