È solo la fine del mondo – Recensione

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Dopo aver ammaliato il mondo intero con le sue pellicole, Xavier Dolan mette le mani su una piece teatrale. Il titolo è Juste La Fin Du Monde e gli viene suggerita da una delle sue attrici migliori: Anne Dorval.

Quella volta mi aveva parlato di una pièce straordinaria che aveva avuto il piacere di interpretare intorno al 2000. Mai, mi raccontava, le era capitato di dire o di interpretare delle cose scritte e pensate in quel modo, espresse in una lingua così fortemente particolare. Era convinta che dovessi leggere assolutamente quel testo, conservato nel suo ufficio, con tutte le annotazioni da lei scritte dieci anni prima: annotazioni sull’interpretazione, sulle posizioni in scena e altri dettagli scritti al margine dei fogli. Così mi sono portato a casa quel fascicolo imponente, stampato su fogli A2.”

Una lettura che non conquista sin da subito il giovane regista, ma che tornerà a considerare qualche anno più tardi:

Più o meno a pagina 6 ho capito che sarebbe stato il mio prossimo film. Il mio primo in età adulta. Finalmente ne capivo il testo, le emozioni, i silenzi, le esitazioni, l’irrequietezza, le inquietanti imperfezioni dei personaggi descritti da Jean-Luc Lagarce. A discolpa della pièce, non credo che all’epoca mi fossi impegnato a leggerla seriamente. A mia discolpa, credo che se anche ci avessi provato, non sarei riuscito a capirla. Il tempo sistema le cose. Anne, come sempre o quasi, aveva ragione”.

La trama narra le vicende di Louis, un giovane scrittore deciso a tornare dalla propria famiglia per annunciare una notizia importante e affrontare le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima.

Se c’è una cosa che a Dolan riesce davvero bene è sicuramente quella di farti entrare in sintonia con i personaggi. Respiri le loro paure, entri nella loro mente e ascolti i loro pensieri più profondi. Una pellicola che oltre a regalare un’atmosfera malinconica, si avvale di prove attoriali davvero intense. Una sorprendente Marion Cottilard, un Vincent Cassel che non delude e una Lea Seydoux pienamente a suo agio. Una rappresentazione dell’incomunicabilità. Un film che ci fa capire come a volte si possa dire tanto, ma senza aver comunicato pienamente, quanto sia importante lasciare spazio alle emozioni e accettare la realtà. Dolan dirige il tutto con una maturità incredibile, dimostrando, ancora una volta, di essere uno dei registi più talentuosi degli ultimi anni.

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La colonna sonora (ormai marchio importante) passa da Dragostea Din Tei a Natural Blues di Mobi. Tonalità pop che riescono a regalare scene suggestive e che rimaranno impresse nella mente dello spettatore. La sensazione finale sarà quella di aver assistito a uno spettacolo per certi versi disorientante, che ha bisogno di tempo per essere compreso. Un pugno allo stomaco, una sensibilità e una tristezza che vi accompagnerà per qualche ora, ma la consapevolezza di aver assistito a un qualcosa di immedesimante.

Vincitore del Gran Premio Della Giuria al Festival di Cannes, il film esce nelle sale italiane il 7 Dicembre.