Non è un paese per vecchi: Bell e Chigurh – Analogie e Differenze

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“A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a credersi. Mio nonno faceva lo sceriffo e anche mio padre. Io e lui siamo stati sceriffi contemporaneamente, lui a Plano e io qui. Credo che ne andasse fiero: io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Jim Scarborough non portava mai la pistola, Jim figlio intendo, e neanche Gaston Boykins. Quello della contea di Comanche. Mi è sempre piaciuto sentir parlare di quelli dei vecchi tempi. Non ne ho mai perso l’occasione. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi come avrebbero fatto loro al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica qui a Huntsville, qualche tempo fa. Su mio arresto e mia testimonianza. Aveva ucciso ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale, ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente. Che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera lo avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. da lì a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Io non so cosa pensare, non lo so proprio. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa: non è che mi faccia paura l’ho sempre saputo che uno deve essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro ma non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo.. Di uscire e andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima, dire: “Ok”, faccio parte di questo mondo.”

Queste parole compongono la prefazione di No Country for old men (“Non è un Paese per vecchi”) insieme ad un susseguirsi di stupende panoramiche che chiariscono fin da subito dove ci troviamo (siamo al confine tra Texas e Messico). L’incipit non è solo chiarificatore del contesto ma è anche contenitore del latente ed illusorio Leitmotiv che avvolgerà l’intera pellicola.

La percezione dello spettatore viene più volte veicolata dall’ambivalenza della narrazione: siamo di fronte ad un contesto concreto, quasi consueto ma che sottende un’irrealtà fortemente simbolica dai toni aulici ed onirici.

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La voce narrante che si congiunge al primo fotogramma è dello sceriffo Bell: – fedele ad una ormai obsoleta rettitudine nel far rispettare le leggi e conscio di una realtà profondamente cambiata che ha mutato le consuetudini ed i valori umani.

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Dalla parte opposta Anton Chigurh un’impassibile assassino che uccide senza pietà e senza esitazione alcuna seguendo dei criteri (paradossalmente etici) ben precisi.

 

 

Queste due figure, che appaiono in così netto contrasto tra loro, sono tuttavia imprescindibili elementi di un’apparente personificazione trascendentale o più nello specifico Chigurh potrebbe anche essere l’incarnazione di colui che nel mondo greco veniva chiamato il cieco Destino, figlio del Caos e della Notte.

Vi sono due fotogrammi all’interno della pellicola che mettono in evidenza le due figure opposte chiarendone di fatto le analogie e le discrepanze:

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Sappiamo che Bell ha una famiglia e siamo informati sulle sue origini, mentre Anton non è dotato di storicità: non conosciamo la sua psiche, i suoi motivi, il suo obiettivo (che possiamo esclusivamente dedurre), in poche parole lo vediamo e basta. Se ci fermassimo a guardare meticolosamente i due fotogrammi apparentemente risulterebbero similari: la sagoma proiettata sullo schermo del televisore presuppone un’ombra – implicando a sua volta una presenza fisica – che in effetti c’è ma solo ed esclusivamente nel caso dello sceriffo Bell, mentre di Chigurh vediamo semplicemente una parvenza fisica.

Per attuare un possibile ed ulteriore smascheramento possiamo partire citando il dialogo con il benzinaio alla stazione di servizio:

-A: “Scegli”

-B “Scelgo?”

[…]

-A: “Devi scegliere tu, non posso scegliere io per te, non sarebbe onesto”

-B: “Ma non mi sono giocato niente”

-A: “Sì, invece. Te lo stai giocando da quando sei nato, solo che non lo sapevi”

Informa il benzinaio (e indirettamente noi spettatori) che c’è un qualcosa che è aldilà di ciò che le immagini mostrano.

 -A: “Sai che data c’è su questa moneta? 1958. Ha viaggiato 22 anni prima di arrivare qui. E adesso è qui ed è testa o croce. E devi dirlo tu: scegli.

-B: “Senta devo sapere che cosa posso vincere…”

Qui invece i Coen sottolineano una superficialità intrinseca: un vestito irremovibile dell’uomo moderno – attaccato ad una spiccia materialità. “Cosa posso vincere?” è una domanda che marca, che sottolinea esclusivamente la cupidigia umana, quasi a demonizzare ciò che teoricamente dovrebbe essere considerato importante e ciò che effettivamente non è.

-A: “Tutto.”

[…]

-B: “D’accordo: testa, allora.”

-A: “Ben fatto. Non la mettere in tasca amico. Non la mettere in tasca, è il tuo portafortuna.

-B: “Dove vuole che la metto?”

-A: “Dove ti pare ma non in tasca. Si mescolerebbe con le altre e diventerebbe una moneta qualunque. E di fatto lo è”

 

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La moneta è quindi un tropo, un’espediente della Manipolazione che Chigurh attua nei confronti dell’interlocutore in questione. Se la vincita (allusiva) concernesse nel mero caso della vita o nella facoltà di scelta Anton non avrebbe già la soluzione tra le mani (la domanda è stata fatta dopo il lancio della moneta) quindi sappiamo per certo che la scelta del benzinaio è irrilevante, ma imprescindibile per chiarire che vi è un ordine prestabilito delle Cose.

Tuttavia la percezione subisce un altro drastico rovesciamento: Chigurh porta con sè, durante quasi tutta la durata del film, quell’apparente parvenza eterea ed imperitura ma che viene di netto riconsiderata nel segmento dell’incidente. D’un tratto tutto ciò che sembrava inviolabile viene violato: lo stesso destino viene sopraffatto dal caso e la ferocia di quest’ultimo surclassata dal generoso gesto di un bambino o parimenti Moss che rischia la vita per portare un bicchiere d’acqua o la ragazza che si ribella al fatto che un’insulsa moneta possa decidere le sue sorti.

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Così quel fatiscente Destino scompare dietro i palazzi texani come il pitbull ferito che nel primo segmento svanisce nel chiarore del deserto.

 

 

Il film si chiude con il racconto del sogno di Bell:

“Nel sogno sapevo che stavo andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte, in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato lì” 

Lui, insieme alla sua indole fortemente esistenzialista, si rifà di nuovo ad un mondo che, sì, non gli appartiene più, ma sottolinea anche l’audacia ed un fermo ottimismo nel combattere una realtà ormai avvelenata dal nichilismo e dalla negligenza.