Dogville – Recensione

America, anni 30. Dogville è un paesino periferico tra le rocce, conta 9 abitazioni e 15 abitanti: non ha pareti ne’ porte, soltanto linee che circoscrivono gli spazi.

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Siamo di fronte ad una vera e propria scarnificazione dell’allestimento contestuale e narrativo: la scenografia non è che un teatro di posa, quasi vuoto, atto ad intavolare un processo di smascheramento totale. Il realismo è paradossalmente quasi irreale e teatralizzato mediante espedienti fotografici ed acustici: lo scorrere del tempo discerne dall’attuarsi di campi di luce che scandiscono il passaggio delle ore e rumori “reali” associati ad azioni stilizzate. L’oggettività di questa apoteosi del reale non si attua grazie alla struttura dotata di sottilissimi effetti di realtà ma, anzi, è tale poichè smascherata in quanto effetti (nel suo essere parte integrante di un elaborato).

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Lars Von Trier dirige un lungometraggio composto da un prologo e 9 capitoli che ondeggia tra la critica di una società contaminata dal capitalismo e l’ostentazione del Cinema come artefatto (ribaltamento stilistico dei dettami del Manifesto Dogma 95 dove mostra una realtà legata alla percezione della telecamera, come un testimone mentre qui la realtà è proposta quasi come non-realtà). É il primo film della sua trilogia sull’America.

Il lavoro viene presentato da una voce fuoricampo che spiegherà, ironicamente, le dinamiche della vita a Dogville. Grace (nome, che non a caso, rimanda alla “predestinazione” – “Tutto è Grazia“, ha una valenza non da poco per quanto riguarda la concezione -giansenistica – della Grazia Divina) scappa dal padre e dai suoi precetti (o anche preconcetti) prettamente radicali e discriminanti: questo mondo la repelle e si rifugia a Dogville dove le viene offerta protezione in cambio di un lavoro. Da qui si articolerà una vero e proprio ribaltamento della consuedutine di valori o almeno una presa di coscienza del modo in cui essi sono realmente considerati.

Dogville infatti non è solo un’involucro contenente una critica al sistema capitalista (tra le altre cose è Nicole Kidman a vestire i panni della protagonista – nonchè figura di spicco dello star system hollywoodiano) ma viene descritta soprattutto l’umanità nel suo essere più profondo, più animalesco: Lars, grazie alle non-fondamenta di questo microcosmo, costringe tutti i personaggi alla partecipazione assidua della narrazione per smascherarli e per avvalorare la sua tesi: homo homini lupus: “l’uomo è lupo per l’altro uomo” (“Dogville” – letteralmente – ne è la prova lampante). La manifestazione di un’inequivocabile retorica (e dell’analisi impietosa dell’umanità) poichè sembra attuare nello spettatore un meccanismo forzato di riconoscimento (con i personaggi appunto) e di appartenenza ad una società ormai avvelenata.

Una vera e propria testimonianza storica di una nuda (e cruda) verità che all’inizio tenta di tener in piedi una struttura concettuale già svuotata (anche dal punto di vista estetico) provando a dare fiducia ad una possibile redenzione con il perdono continuo (di Grace) ma che poi si rivela per ciò che amaramente è, crollando su se stessa e rovesciandosi in quello che fin dall’inizio andava denunciando: ogni assunzione di un punto di vista “esterno” ai fatti è rifiutata in partenza, fino al suo svilupparsi naturalmente per poi compiersi. Insomma una pellicola con funzione ermeneutica, atta a confermare una realtà a cui non si può sfuggire, senza eccezione alcuna – segno stilistico indiscutibile di Lars Von Trier (come in “Dancer in the dark” o “Le onde del destino”), ormai misantropo doc e detrattore inconfutabile dei principi democratici:

“Non serve ad educare i cani che seguono i loro istinti e allappano il loro vomito.”

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Studia Cinema all'Università: è il suo unico credo e Kubrick il suo messia. Crede nelle soggettive, nelle panoramiche e nei piani sequenza. Ama il body-horror di Cronenberg, il nichilismo di Tarr, le scenografie essenziali di haneke e i piani temporali di Van Sant. In quanto colonne sonore nel film vorrebbe meno Pop music e più Ludovico Van.