Platoon – una critica “sociologica”

“I personaggi si riconducono al repertorio consolidato del filone, anche se Stone, in sintonia con l’assetto didascalico del film, traccia linee ancora più dicotomiche: i due sergenti, il buono e il cattivo, rappresentano le due polarità del sentire americano nei confronti della sporca guerra. Gli uni, spinellati e pacifisti, danno volto all’America risvegliata dal sogno che vive il conflitto come un incubo (in cui il regista si identifica); gli altri, assassini e stupratori, rappresentano la parte più retriva della maggioranza silenziosa.” (Alpini)

Sovrastimato per il suo successo di pubblico, un po’ retorico e soprattutto eccessivamente esplicativo. L’intento didascalico è fin troppo evidente, come se Stone l’avesse fatto prima di tutto per dire: occhio, ci sono anche gli americani buoni, noi ci fumavamo erba, eravamo pacifisti, poi abbiamo combattuto, ma perché dovevamo. Fin qui niente di male, ma l’inquadramento nella narrazione tradizionale eccessivamente dicotomica prevale su ogni possibilità di approfondimento filosofico o umano. La semplificazione è coerente con l’intento didascalico, Barnes è il cattivo che rappresenta tutti gli assassini e stupratori americani in Vietnam, e si presta a una lettura stereotipica e semplificata per un pubblico più ampio possibile.

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Quando Barnes dice dell’idealista Elias: “Si crede il Padreterno come quei politici di Washington, che credono di poter combattere la guerra da casa, tenendosi strette le palle con la mano. Qui non c’è bisogno nè tempo per fare processi” il paragone è da brivido, perché agli occhi del cattivo i politici di Washington e i soldati pacifisti che combattono per dovere (restando “buoni”) sono la stessa cosa. In questo Stone sembra indirettamente giustificarsi, lavando insieme alla sua coscienza (quella del soldato che ascolta i Jefferson Airplane), anche quella dei piani alti. Il messaggio che arriva è subito contraddetto dal confronto di Taylor (Sheen) ed Elias (Dafoe) sotto le stelle, la disillusione emerge, ma all’interno del “sistema della propaganda”:
Taylor: “Barnes crede in quello che fa, e tu?”
Elias: “Nel ‘65 sì.. ora no. Questa guerra la perdiamo, l’America le ha suonate a tanta di quella gente, che ormai è arrivato il momento che ce le suonino loro.”
Questo scambio di battute arriva dritto al punto. I “buoni” non mettono in discussione l’originaria giustizia della guerra in Vietnam: chi va al fronte lo fa perché ci crede, è fedele all’America. L’illusione crolla col tempo, perché la guerra non finisce e la vittoria non arriva, così chi c’è dentro è il primo a capire che forse l’America ha fatto male i conti. Ma in questo senso i conti sono fatti male a partire da una causa giusta, non è la causa che si mette in discussione. Lo steso Stone è integrato nella macchina della propaganda e nel paradosso del soldato pacifista, che va al fronte proprio per la pace. Quando torna, disprezza la guerra nel suo manifestarsi concreto, ma non rinnega il suo percorso.

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È più che mai esplicativo, e forse catartico, anche il monologo finale di Taylor:
“Io ora credo, guardandomi indietro, che non abbiamo combattuto contro il nemico, abbiamo combattuto contro noi stessi. E il nemico era dentro di noi. Per me adesso la guerra è finita, ma sino alla fine dei miei giorni resterà sempre con me. Come sono sicuro che ci resterà Elias, che si è battuto contro Barnes per quello che Rhah ha chiamato: il possesso della mia anima. Qualche volta mi sono sentito come il figlio di quei due padri. Ma sia quel che sia… quelli che tra noi l’hanno scampata, hanno l’obbligo di ricominciare a costruire. Insegnare agli altri ciò che sappiamo e tentare con quel che rimane delle nostre vite di cercare la bontà e un significato in questa esistenza.” In queste parole chiarissime, l’aver combattuto contro se stessi significa aver combattuto contro la disumanizzazione che la guerra comporta. Sotto questo aspetto Stone e i soldati pacifisti la guerra l’hanno vinta, perché riescono a convincersi che sono rimasti umani. Taylor può tornare a casa, e insegnare non che la guerra è ingiusta, ma che è ingiusto essere come Barnes, che il vero cattivo è chi massacra i civili e stupra le donne, non chi spara ai viet cong durante una battaglia ad armi pari.
Ora, il film è degli anni ottanta, quando sono arcinoti massacri come quello di My Lai, che suscitano grande scalpore, ma sono al tempo stesso grandi casi mediatici, perché di fatto il massacro dei civili, il saccheggio, lo stupro in Vietnam, andavano ben oltre il caso isolato. Rendere My Lai (come l’incendio ordinato da Barnes) un caso isolato solleva chi invece “ha fatto il suo dovere” dalle colpe che gli pesano sulle spalle.
In questo film “l’orrore” del colonnello Kurtz di Apocalypse now viene digerito, con il trionfo del buono. Taylor se la prende col “muso giallo” al villaggio, ma non lo uccide, sceglie di restare umano.
E se il confronto con Apocalypse now è inevitabile, lo è per differenza più che per analogia. L’isola delle Filippine è la stessa, Charlie Sheen è il figlio di Martin Sheen, ci sono i campi lunghi sul tramonto e la musica dei Jefferson Airplane che ricorda il celeberrimo incipit con The End, ma l’enorme differenza sta nel tipo di narrazione, il più possibile esente da complicazioni. Stone semplifica il linguaggio per insegnare (il dualismo buoni/cattivi è quello della fiaba e del cinema narrativo classico), mentre Coppola eleva la narrazione in senso filosofico, obbliga alla riflessione sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di scelta. Nel monologo finale, Kurtz parla dell’orrore, non solleva la coscienza, non fa distinzioni tra buoni e cattivi, ma qualifica la guerra nella sua essenza inumana:
“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore. L’orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici..”
In Platoon il problema dell’orrore e della sua accettazione è assente, perché Stone è un sopravvissuto, che accetta una medaglia al valore, e che ha accettato la guerra nella sua dimensione idealisticamente giusta. Questo comporta l’impossibilità di accettare la realtà della guerra che è appunto, l’Orrore. Ma è solo così che si può tornare nel mondo reale e “insegnare”. Ecco perché le ricerche sociologiche dicono che i reduci con disturbo da stress post traumatico si rispecchiano in Platoon: riescono a trovarvi un senso, possono identificarsi. Perché identificarsi in Kurtz significa non sopravvivere, mentre identificarsi in Taylor o Elias significa trovare un “valore” che giustifichi l’orrore.