Into The Wild – Recensione

Possiamo affermare da subito che Into the Wild di Sean Penn sia diventato a tutti gli effetti un film culto degli anni duemila, e questo è in buona parte dovuto al forte e attrattivo messaggio che comunica al suo pubblico. La pellicola tratta una pura e semplice ribellione esistenziale, la grande natura inesplorata, la bellezza del conoscersi genuinamente: la vita libera, priva di schemi. Il tutto tratto dall’atipica storia vera del giovane Christopher McCandless, narrata in primis da Jon Krakauer nel suo omonimo libro. In particolare ci appare chiaro come la gioventù del nuovo secolo, immersa in una modernità spesso invasiva, sia caduta inerme e affascinata dall’imponente forza evocativa di questo grande lavoro di Penn.

La pellicola ci presenta da subito il protagonista, interpretato da un ottimo Emile Hirsch, immerso nelle bianche terre d’Alaska e intento ad accamparsi e cominciare a procacciarsi il cibo. Sullo schermo, quasi che Christopher ci introducesse al suo stesso viaggio, compare la seguente frase:

“I now walk
into the wild”

Into the WildA seguito di ciò si apre l’arpeggio di chitarra di Long Nights, suonata e cantata dalla potente e profonda voce di Eddie Vedder, autore dell’intera colonna sonora, sicuro valore aggiunto all’atmosfera del film.

Dopo la prima sequenza, veniamo catapultati indietro di due anni. Il nostro protagonista è intento a trascorrere una poco entusiasmante vita da giovane borghese americano: Christopher è circondato da una famiglia benestante ma opprimente, da un ambiente che non lo stimola e non gli pare in grado di capirlo. L’essere cresciuto in una situazione protetta e rigida ha instillato nel suo animo una necessità di fuga irrefrenabile, accompagnata dal più totale disgusto verso quella Society cantata dallo stesso Vedder come “a crazy breed”, una razza folle. Da quella follia si allontana definitivamente abbandonando tutto, abbandonandosi all’ignoto, per vivere una vera prima volta. Così, mentre la voce narrante della sorella del protagonista ci permette di approfondire la mentalità del ragazzo, la pellicola ci conduce a seguire passo passo il suo grande viaggio. Facciamo quindi a conoscenza con i personaggi che Christopher incontra durante le sue varie peregrinazioni: ci si presentano le personalità più eterogenee, spaziando da una coppia hippie a un’altra di nudisti, da un affabile trebbiatore del Sud Dakota (Vince Vaughn) a una giovane cantautrice (Kristen Stewart), personaggi che rappresentano nel loro insieme un sottotesto di sceneggiatura antitetico a quello familiare-borghese.

Durante tutta la pellicola veniamo visivamente circondati da spazi naturali di una magnificenza accecante, tale da indurci un forte senso di pace e liberazione, accentuato in particolare da un’ottima fotografia. La natura è quindi mostrataci contemporaneamente come guida spirituale e grande spettacolo, ergendosi a vera e propria coprotagonista del film. La macchina da presa alterna lunghi campi, rallentamenti paesaggistici, sfuocati e scene rocambolesche, così accompagnando abilmente la genuinità del protagonista.

Into the Wild

Penn tende a enfatizzare simbolicamente i dialoghi, che vedono generalmente una parziale contrapposizione tra la tenacia di Christopher e la mitezza quasi rassegnata dei personaggi più maturi, che comunque finiscono sempre per mostrare un sentito affetto verso il giovane Supertramp. Di particolare rilevanza è il personaggio dell’anziano Ron (Hal Holbrook), che funge per il protagonista da nuova figura paterna, priva della corruzione d’animo che Christopher ha da sempre scorso nel proprio padre biologico. “Quando si perdona si ama, e quando si ama la luce di Dio scende su di noi.” è il messaggio che Ron dona a Christopher.

Notiamo l’importanza del preludio all’ultima straziante sequenza del film: scorrono melanconicamente davanti ai nostri occhi varie sequenze centrate sul mosaico di personaggi che hanno formato l’esperienza del viaggio esteriore ed interiore del protagonista: dai già citati numerosi incontri, ai vecchi baluardi da combattere – la madre e il padre, consumati da un dolore lancinante per la scomparsa del figlio. Seguono le ultime ore di vita di Christopher, destinato a morire per via di una pianta velenosa. Poco prima di spirare, su un libro scrive a fatica quella che per lo spettatore è l’ultima chiave d’interpretazione del film:

“Happiness is real only when shared”

Assistiamo a una conclusione votata al perdono: la luce si apre sul volto del protagonista, e un sorriso vi si dipinge. Quella luce salvifica profetizzata da Ron è arrivata, benché troppo tardi.

Penn ci ha così dato la propria interpretazione di una personalità e di un’esperienza complesse, riuscendo appieno a trasmettere un messaggio denso e non banale. L’animo ribelle del protagonista si svela nella propria natura più intima in modo progressivo, grazie a una sceneggiatura estremamente centrata. La ribellione di McCandless non è totale e cieca, e non è realmente diretta verso la società in toto: il giovane protagonista è esplicitamente infuriato contro l’ipocrisia, il controllo, la corruzione e la manipolazione altrui. Il suo è un grido verso la genuinità, un grido che tanto brama la liberazione personale da condurlo all’isolamento più totale, all’alienazione dalla natura sociale dell’uomo. Il suo animo cerca la radicalizzazione, e nella radicalizzazione più totale si spegne. Spinto da un profondo rifiuto, sempre ancorato alla propria sacra indipendenza.