INDIVISIBILI – Recensione Film

Per anni l’industria cinematografica italiana ci ha propinato pellicole al gusto di intrattenimento ma dal sapore di immondizia; questo ha inciso terribilmente sulla platea al punto tale da portare a due fenomeni:

  • Desensibilizzazione del pubblico a temi raffinati.
  • Sfiducia nei confronti del mercato artistico made in Italy.

Marco Tullio Cicerone in una sua apostrofe recita:
Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Che tradotto sarebbe:
‘‘Fino a quando, dunque,Catilina, abuserai della nostra pazienza?’’

Bene. Ora immedesimatevi nell’avvocato latino. Ora sostituite la parola Catilina con ITALIA.

Ecco; questo è ciò che noi cinefili per anni abbiamo gridato. A quanto pare qualcuno ha accolto il nostro lamento. Se è vero che “non può piovere per sempre è anche vero che INDIVISIBILI è quella boccata di vento che assieme a tanti altri piccoli gioielli italiani, ha spostato quei nuvoloni e quella nebbia che per anni ha offuscato la nostra cultura cinematografica e ha permesso ai raggi dell’arte di potersi adagiare comodamente sugli obbiettivi delle cineprese nostrane.

Lo sguardo tecnico

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Schizzi di trama: La favola partenopea, narra di due gemelle siamesi, Dasy e Viola, strumentalizzate e addomesticate dalla famiglia come fenomeni da circo. Armate di una grande dote canora divengono ben presto le paladine della povertà e l’unica fonte di reddito familiare. Le suddette, unite nel corpo e nell’anima, sono divenute il feticcio di una Napoli ormai esausta; una Napoli che porta rancore al progresso, una Napoli che cade, piange e non si rialza; una Napoli che preferisce ricorrere ai talismani piuttosto che rimboccarsi le mani. Il fato regala alle nostre Dasy e Viola una verità che gli era stata negata per diciotto lunghi anni di abusi : la possibilità di dividersi.

Il regista: Edoardo De Angelis è un astro nascente da molti considerato un visionario e un anticonformista. Nel 2011 esordisce nel campo dei lungometraggi con Mozzarella Stories; nel 2014 urla al cinema con Perez; nel 2016 si fà ascoltare con Indivisibili. Un evoluzione continua, un progresso vivissimo e evidente in ogni fotogramma.I suoi film lasciano una traccia chiara della sua indole:la voglia di sperimentare. E’ quasi impossibile riconoscere i suoi lavori attenendosi agli schemi che egli stesso ha riproposto nei precedenti. Se riconoscere una pellicola di Sorrentino è come trovare la paglia nel pagliaio così non si può dire per De Angelis.

Il cast: Apparentemente sono pochi gli attori che abbiamo avuto modo di conoscere se guardiamo alle loro precedenti interpretazioni; in questo caso la notorietà non è sinonimo di qualità. Difatti le nostre protagoniste, Angela e Marianna Fontana sono praticamente due sconosciute che esordiscono brillantemente, emozionando, divertendo e commuovendo il pubblico. Il resto del cast ha già militato tra le file di diversi lavori sia televisivi che cinematografici. Funzionano tutti benissimo; dalla comparsa all’ antagonista, tutti sono essenziali. Diamogli un’occhiata da vicino restringendo il campo ai genitori della nostre protagoniste. Massimiliano Rossi; l’avete sicuramente visto in azione in GOMORRA – LA SERIE nel ruolo di Zecchinetta, invece Antonia Truppo è recentemente apparsa in Lo chiamavano Jeeg Robot con cui ha vinto il David di Donatello alla miglior attrice non protagonista.

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Il sonoro: Un’altra colonna portante del successo di questa pellicola è rappresentata dalla scelta delle musiche assoggettate al maestro Enzo Avitabile. Un Avitabile che prende nettamente le distanze dal genere neomelodico e che preferisce accompagnare le aspre vicende con un repertorio musicale instabile che schizza dai canti popolari a toni mistici e religiosi! Incredibile come testi quali Mane e Mane e tutt ugual song e criatur, diano colore all’oscura profondità delle vicende dando alle stesse una voce che nessuna sceneggiatura sarebbe stata capace di dare.

La sceneggiatura: Un copione bello ma peccaminoso come una rosa; attraente ma pieno di spino. La storia che ci viene narrata non lascia spazio all’ ottimismo. E’ una storia grigia e arida; è silenziosa e viscida come una lumaca. E’ come un battito di mani ad intervalli regolari, rumore e silenzio. Sono i contrari che dominano la scena; elementi visibili non solo apprezzando il paesaggio e gli antagonisti ma anzi desumibili dai protagonisti che popolano la scena. Una famiglia che ha deciso di lucrare sulla sfortuna delle figlie. Perfidi? No, deboli. Un padre ammaestratore, una madre disorientata; allo stesso tempo innamorati delle loro figlie. Le protagoniste unite per il fianco, condividono lo stesso corpo ma non lo stesso carattere; anche qui la contrapposizione è viva!

Viola è insicura e teme la solitudine.

Dasy è determinata ma teme di non essere padrona della sua vita.

Ruoli che entrambe si scambieranno nel corso della loro crescita interiore.

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La scenografia: Il presepe della disperazione . La scelta del Litorale Domizio è strategia pura. Un ambiente che descrive sottovoce il quadro sociale che accompagna la narrazione della storia. Il regista si è affidato alla naturalezza delle cose; ha ripreso e impresso su pellicola quella che è la realtà di questo posto senza filtri, senza censure!

Chi come me, ha avuto modo di visitare e sostare in questi luoghi, necessita al massimo 5 secondi delle prime inquadrature per sentirsi “a casa”.

E chi sono i pastorelli di questo bel presepe?

Prostitute, poveri, pervertiti, delinquenti, extracomunitari, preti corrotti: i dipendenti perfetti per questo circo dell’orrore.

E Dasy e Viola che ruolo svolgono? Il piatto finale; gli animali in gabbia.

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Lo sguardo interiore

Volevo ascoltarmi e trascrivere quello che ho percepito.

Sono giorni che medito. Ho cercato le definizioni più utili. Mi sono sforzato di affidarmi alle parole di recensori esperti del mestiere. Ho provato addirittura con la letteratura latina. Ho rivisto la pellicola. Mi sono concentrato sulle interviste e le dichiarazioni.

Non ci sono riuscito.

Non riesco ad imprimere nelle parole la carica emozionale che questo viaggio cinematografico mi ha donato. Avrei voluto almeno essere superficiale, avrei voluto almeno dire: è bellissimo!

Non ci sono riuscito.

L’unica cosa che posso confidarvi è che ho provato vergogna e commozione allo stesso tempo. Vergogna dinanzi a quello che i miei occhi vedono accadere ma non  lo registrano. Commozione dinanzi al potere della creatività. La mia sensibilità s’inchina dinanzi alle sfumature dell’arte. Perché il cinema italiano, può essere ancora ARTE.

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Mi hanno chiesto di presentarmi ma la trovo sinceramente un’impresa. A che serve descriversi quando poi assumiamo forme e sembianze diverse agli occhi di chi ci presentiamo? E’ tutto relativo. Come potrei descrivere il soggettivo adottando come parametro di giudizio l’oggettività? Sarebbe stato meglio se mi avessero chiesto di dettare i miei dati anagrafici,compreso di codice fiscale recitato a memoria. Quindi,se me lo concedete,cerco di riassumere la mia indole affidandomi alle parole del caro Dario Fo : Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere. Quindi,riformulatemi la domanda: cosa ti piace fare? Dubitare.